settembre 2010

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Charles Saatchi

Mi chiamo Charles Saatchi e sono un artolico


Phaidon Press Limited, Londra 2010
pagg. 176, € 9,95
[www.phaidon.com]

L’estate arriva anche per gli appassionati di arte contemporanea, che quest’anno si sono potuti rilassare in compagnia del salace Charles Saatchi. Noto pubblicitario e grande collezionista, dinamico sostenitore di una generazione di artisti e ora donatore allo Stato inglese di un museo nuovo di zecca (la notizia è dei primi di luglio), Saatchi è un personaggio che fa scalpore. Di certo sa di esserlo, se ha pubblicato ben due libri contenenti unicamente sue risposte a domande di ogni sorta e provenienza (My name is Charles Saatchi and I am an artoholic, 2009, Charles Saatchi: Question, 2010, entrambi per Pahidon) e ha costruito attorno alla sua persona, e alla possibilità di esporre nella sua galleria, un talent-show per giovani artisti (School of Saatchi, BBC4 da ottobre 2009).
Quella che sfogliamo è la versione italiana della pubblicazione uscita in occasione del già citato show televisivo: 200 risposte ad altrettante domande poste al collezionista di origine irachena. Non si tratta di un’intervista: come ci informa il retro di copertina, Saatchi è notoriamente restio a concederne. Si diletta però nel collezionare domande, selezionarle e comporne l’ordine o farlo comporre a rassegnati intervistatori (F. Bonami, La Stampa, 25/7/10). Ne risulta un simpatico collage, un passatempo per chi è interessato al Saatchi-pensiero, un furbo prodotto di intrattenimento. Unica domanda senza risposta: perché tradurre con “artolico”? Compratore compulsivo d’opere d’arte, non sapevamo Saatchi possedesse anche una “gradazione artistica”.

Sara Catenacci

Jerry Saltz

Vedere ad alta voce


Postmedia Books, Milano 2010
pagg. 192, € 19
[www.postmediabooks.it]

Un viaggio lungo “otto anni, otto mesi, sette giorni e cinquanta minuti” (IVI, p. 186) esatti, quello in cui Jerry Saltz ha condotto i lettori de Village Voice attraverso le innumerevoli mostre d’arte contemporanea newyorkesi con una freschezza ed onestà a tratti disarmante; il libro rappresenta una rapida carrellata attraverso una selezione di questi testi. Sin dalle prime pagine si avverte che è con la propria voce che il critico guida, al pari della sbobinatura di un diario vocale, nel suo peregrinare tra galleristi ed esposizioni, che pare descrivere una sub-cultura nella giungla metropolitana.
Un approccio diretto, con cui al pari dello spettatore ricerca con l’opera d’arte il dialogo che altri volgono a testi critici, evitando così tale circolo vizioso. Il modo di scrivere di Jerry Saltz vincola le valutazioni dei suoi articoli alla propria esperienza sensoriale e culturale, tuttavia attraverso le sue parole si arriva all’opera ed al suo contenuto, piuttosto che vagheggiare in ampollosi costrutti di parole. Un don Chisciotte che al grido di “libertà o morte” scrive cosciente di non poterlo cambiare il mondo, bensì forte di poterne sviluppare una nuova percezione attraverso il giudizio (al pari delle possibilità offerte ad un artista nella creazione di un’opera) aiutando ad “imparare a vedere”.
Certo, nonostante siano sempre stemperati da un vivace intelletto, la passione per il mestiere fa sfuggire all’autore qualche eccesso tra le righe, ma pur sempre nel chiaro intento di esprimere un’opinione personale e con l’umiltà di rivedere talvolta posizioni che comprende esser state manchevoli di valutazione o parziali.

Nicola Biasiolli

Ferdinando Scianna

Etica e Fotogiornalismo


Electa, Milano 2010
pagg.74, € 19
[www.electaweb.it]

Il saggio di Ferdinando Scianna Etica e Fotogiornalismo indaga la questione etica del mezzo fotografico attraverso la sua storia, tramite un susseguirsi di immagini, non potendo affermare che la fotografia abbia un’etica e con questa il fotogiornalismo, perché la fotografia, secondo l’autore, per sua natura “mostra e non dimostra”. La questione se il mezzo fotografico possa essere etico o meno non riguarda tanto le caratteristiche del mezzo ma l’uso e l’utilizzo che si fa del suo linguaggio. Quello che la fotografia dimostra sono solamente le intenzioni di chi la utilizza. Il carattere etico della fotografia rispondente ad un bisogno dato dalle sue origini si è andato via via trasformando, prima attraverso sottili manipolazioni per poi divenire mezzo di propaganda fino ad arrivare alla “pornografia”. Assistiamo oggi, molto spesso, ad una fotografia “pornografica”, in cui il tragico diviene merce della spettacolarizzazione del reale. Nell’età della fiction globale che accumula immagini e consuma informazioni in tempo reale, l’immagine si è sostituita al reale divenendo immagine di se stessa.

Jacopo De Gennaro