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Nell’aletta del libro Obrist è fotografato in quello che si presume essere il suo studio, pieno di pile di libri che non lasciano nemmeno lo spazio del movimento: gli attributi iconografici di un critico, di un intellettuale. Eppure i testi contenuti in questo libro non contengono quasi citazioni, non hanno note, sembrano voler lasciare intenzionalmente fuori qualsiasi intento interpretativo e didattico. Si tratta infatti più di appunti, frammenti di ricordi e aneddoti legati alle esperienze creative e alla relazione con gli artisti. Il modello che emerge è quello del curatore faber, seppure Obrist è sicuramente sapiens, avido lettore, collezionista di testi e confronti teorici con altri pensatori. La ricchezza di aneddoti, la descrizione del processo creativo che dà origine ad una mostra, la generosità nel fornire spunti di riflessione senza mai suggerire un punto d’arrivo, sono caratteristiche di uno stile che aderisce totalmente alla persona di Obrist. E così, davvero si può dire che il libro è una testimonianza del lavoro incessante di Obrist piuttosto che degli artisti protagonisti dei brevi saggi. L’imperativo è sperimentare, rivoluzionare e creare nuove modalità di agire nella società e in spazi e tempi pre-esistenti, inventandone di nuovi. Come dice lo stesso Obrist, i concetti espositivi più rivoluzionari sono stati inventati dagli artisti (insomma, un infinito scambio di ruoli). Per una volta è lui ad essere archiviato e raccontato, o meglio le sue idee, nella speranza che libri del genere non corrispondano ai tristi Best Of prodotti dalle case discografiche per suggellare la carriera di musicisti ancora giovani. Per fortuna, il carattere destrutturato del libro pare confermare il contrario, e la rivoluzione che Obrist mette in atto (così ben analizzata dal saggio di Boeri), è una condizione permanente che non apparterrà mai al passato.