estate 2011

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Christian Rattemeyer et al.

Exhibiting the New Art

'Op Losse Schroeven' and 'When Attitudes Become Form' 1969
Afterall, Londra 2010
pagg. 280, € 16.80
[www.afterall.org]

Exhibiting the New Art. ‘Op Losse Schroeven’ and ‘When Attitudes Become Form’ 1969, è il primo libro di Exhibition Histories, la nuova collana di Afterall, l’organizzazione londinese che si occupa di arte contemporanea attraverso specifici programmi di ricerca ed edizione.
Il volumetto dalla grafica semplice ma curata, ripercorre, raccontandola, la genesi delle esposizioni ‘Op Losse Schroeven’ e ‘When Attitudes Become Form‘. Le due mostre, curate rispettivamente da Wim Bereen per lo Stedelijk Museum di Amsterdam e da Harald Szeemann alla Kunsthalle di Berna, furono inaugurate nel marzo del 1969 con l’ambizione di riunire e presentare al grande pubblico la “nuova arte” degli anni ‘60. Artisti europei e statunitensi impegnati a ridefinire il concetto di arte e le sue relazioni con le istituzioni, lavorarono a stretto contatto creando lavori in situ e allestendo personalmente le loro opere all’interno dei musei coinvolti.
Le circostanze in cui le esposizioni furono organizzate e le loro sperimentali caratteristiche sono indagate e discusse attraverso saggi di Christian Rattemayer, Steven ten Thije e Claudia Di Lecce. Lo studio presenta inoltre: interviste agli artisti, una selezione dei testi pubblicati nei cataloghi e le piante di entrambe le esposizioni corredate da un ricco apparato di immagini. Questi materiali permettono al lettore di immaginare come Op Losse Schroeven e When Attitudes Become Form si presentavano ai visitatori.
Anche se il corpus di interviste agli artisti coinvolti per le mostre è parziale (sono pubblicate solo interviste a Marinus Boezem, Jan Dibbets, Ger Van Elk, Piero Gilardi e Richard Serra, nonostante molti altri artisti avrebbero potuto essere ancora raggiunti), il libro ha il grande pregio di riportare all’attenzione le vicende legate a Op Losse Schroeven attraverso l’organica e dettagliata ricostruzione storico-critica degli avvenimenti e una calibrata riflessione sull’opposta fortuna delle mostre e dei loro organizzatori. Se infatti When Attitudes Become Form, è passata alla storia come l’esibizione che ha per la prima volta riunito e messo a confronto Arte Povera, Anti-Form, Conceptual e Land Art, e il suo istrionico curatore come colui che è stato capace di superare la tradizionale dicotomia storico dell’arte/organizzatore di mostre, Op Losse Schroeven è stata lungamente dimenticata.
Exhibiting the New Art ‘Op Losse Schroeven’ and ‘When Attitudes Become Form’ 1969
, riscrive in parte la storia dell’arte degli ultimi 40 anni, senza sminuire Szeemann e l’importanza della sua mostra ma evidenziando che, solo leggendo e studiando in parallelo le due esposizioni, è possibile comprenderne al meglio le potenzialità e la carica innovativa.
Francesca Valentini

The Nightmare of Participation

(Crossbench Praxis as a Mode of Criticality)
Sternberg Press, New York 2010
pagg. 304, € 22
[www.sternberg-press.com]

A volte le pratiche democratiche vanno evitate ad ogni costo.
Deriva dall’analisi dell’evoluzione urbanistica dell’ultimo ventennio la critica che l’architetto berlinese Markus Miessen rivolge al sistema democratico contemporaneo. Intendendo l’architetto come regolatore di frequenza ed intensità dei flussi all’interno di sistemi, è sua responsabilità, in un’età in cui le persone comunicano attraverso svariati media in spazi non fisici, di predisporre uno spazio concreto per comunicazioni fisiche e dirette tra le persone[1]. L’attuale sviluppo dei centri urbani vede invece, attraverso la standardizzazione dei luoghi di incontro e delle modalità di relazione interpersonale, l’impiego della partecipazione come strategia populista di consenso.
Miessen propone piuttosto, derivando dal modello democratico antagonistico di Chantal Mouffe, una micro-politica partecipata attorno al concetto di spazio, che trovi stimoli dinamici nel conflitto interdisciplinare e nell’intrusione forzata di opinioni esterne. Ironicamente, il modello conflittuale può essere inteso come quello più attivo e partecipativo[2].
Sebbene nella sua trattazione l’autore dimostri uno sguardo sagace ed attento all’evoluzione sociale, e con brillante intelligenza nell’argomentazione attinga a pratiche di svariate discipline per attivare un meccanismo che risvegli dall’incubo, l’approccio impiegato appare un’accurata sperimentazione teorica che esclude dal sistema elementi fondamentali quali l’attrito o la violenza dell’impatto tra tensioni eccessivamente divergenti. Denso e ricco merita tutto il tempo che la sua lettura impiega; peccato scordi come, seconde le sue stesse parole, l’arte faccia politica attraverso la pratica piuttosto che la rappresentazione.
Nicola Biasiolli

***

[1] “in an age in which people communicate through various media in non-physical spaces, it is the architect’s responsability to make actual space for physical and direct communication between people” (Kazuyo Sejina, “Face to Face”, in HUNCH, Berlage Institute Report #6/7, ed. Jennifer Sigler, episode publishers, Rotterdam 2003, p. 407)

[2] “Ironically, the conflictual mode could be understood as the more active and partecipatory model” (Markus Miessen, “The Nightmare of Participation (Crossbench Praxis as a Mode of Criticality) ”, Sternberg Press, New York 2010, p. 63)

Alberto Bertagna (a cura di)

Paesaggi fatti ad arte


Quodilibet, Macerata 2010
pagg. 191, € 18
[www.quodlibet.it]

Non bisogna farsi ingannare dall’aspetto semplice e dal formato leggero. La raccolta a cura di Alberto Bretagna è densa di contenuti, casi di studio, esperienze, ma soprattutto riflessioni, differenti e non sempre immediate, che ruotano attorno alle parole “paesaggio” e “arte”.
Argomenti di cui si era discusso all’Università IUAV di Venezia nel 2007, durante un convegno internazionale da cui provengono, aggiornati, i primi quattro testi. Gli altri contributi sono stati richiesti successivamente e, insieme ai primi, vanno a comporre secondo il curatore un insieme chiaro e eterogeneo, che con la sua continua “variazione di sensibilità, approcci e prospettive” renda conto della complessità del tema trattato.
Non si discute quindi solo di progettazione del paesaggio o di interventi artistici nel, o sul, paesaggio. Le discipline non sono accostate, elencando le definizioni che ciascuna dà a questo tipo di pratiche. Vengono invece attraversate, facendo conversare critica, storia dell’arte e architettura, ma anche musica, fotografia e letteratura, poiché del paesaggio “arte-fatto” si intende esplorare la dimensione culturale più profonda, mentale oltre che fisica. Volontà che Bretagna espone nella sua introduzione, partendo dal Controcorrente di Huysmans per chiarire il movimento spiraliforme delle indagini e prospettive proposte.
Offrendo più interrogativi che spiegazioni, questo breve volume richiede infatti una lettura attenta e meditativa, e a tratti pecca forse di oscurità, lasciando pochi riferimenti per chi non sia già dentro la discussione.
Sara Catenacci