Documentalità

Catalogare, archiviare, scrivere. Tre verbi davvero necessari, molto usati – e abusati – nelle teorie visive a proposito di opere recenti. Ce lo ricorda Maurizio Ferraris in questo denso testo di filosofia costruito in modo chiaro e intelligente, con l’intenzione palese di evitare l’esclusione dei lettori senza scadere nella pura divulgazione. Più che un inno alla conservazione e al valore della memoria è in realtà una nuova ontologia, una catalogazione di tutto ciò che esiste con una particolare attenzione agli oggetti sociali, la definizione dei quali permette di descrivere quelle zone ancora oscure e dibattute dell’esistente e di chiamare la nostra società della registrazione, in contrasto a quella dell’informazione-comunicazione. Ferraris inoltre avanza un’interessante critica all’approccio di Nietsche, Derrida, Searle, superando la radicalità insita nelle loro diverse visioni dell’esistente. Va infine alle basi delle moderne ontologie, con una discussione sistematica delle teorie kantiane fino all’origine di quel collasso tra essere e conoscenza che ha poi informato e mutato tutta la storia del pensiero – trascendentale – fino ad oggi.
Eppure, in ultima analisi Ferraris sembra limitarsi ad un’ontologia descrittiva, senza analizzare perchè le tracce vengono lasciate.
Il richiamo all’oggettivismo realistico, ad affidarsi alla realtà quotidiana degli oggetti, specialmente se atti iscritti, si stempera in una constatazione che non arriva a spiegare le forme e le reazioni – anch’essi oggetti – che tali atti generano. Come afferma Gianni Vattimo nella sua recensione al libro (La Stampa, domenica 29 novembre 2009) lasciare tracce non basta. Bisogna ancora capire perchè è necessario lasciarle.