estate 2010

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Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro (a cura di)

Luigi Ghirri. Lezioni di Fotografia


Quodlibet, Macerata 2010
pagg. 264, € 22
[www.quodlibet.it]

In questo volume, vengono presentate, per la prima volta, le lezioni tenute da Luigi Ghirri all’università del Progetto di Reggio Emilia tra il gennaio 1989 e il giugno 1990. Il testo è la rielaborazione e la trascrizione di tutto ciò che è stato documentato attraverso registrazioni audio acquisite durante le lezioni del fotografo, cercando di mantenere il più possibile l’ordine cronologico e le caratteristiche delle sue lezioni orali. Anche le immagini che si susseguono una ad una nel corso del libro ne rispettano l’ordine.
Il libro si presenta come  un manuale fotografico e autobiografico in cui alle nozioni tecniche di fotografia e mezzo fotografico si inseriscono le riflessioni e la storia del fotografo emiliano. Un susseguirsi di nozioni tecniche, storiche e filosofiche che si intrecciano, amalgamandosi, alla sua visione fotografica, illustrandoci, come in una sorta di autobiografia visiva e discorsiva, la sua concezione di immagine fotografica.
Ciò che ne emerge è una figura del fotografo inteso non solo come mero esecutore  ma soprattutto come operatore culturale. Una figura del fotografo più sfaccettata, polivalente non più incatenata all’interno di ruoli rigidi e preconfezionati, ma aperto alla realtà, alle sue traformazioni partecipando attivamente alla ‘creazione globale dell’immagine di comunicazione’. Un fotografia che diviene la sintesi perfetta del visibile attraverso la semplicità della rappresentazione.

Jacopo De Gennaro

Massimiliano Gioni (a cura di)

A chi serve la luna?

Le mostre della Fondazione Nicola Trussardi
Hatje Cantz Verlag, Ostfildern 2010
pagg. 368, € 39,80
[www.hatjecantz.de]

Dopo sette anni di attività la Fondazione Nicola Trussardi pubblica il suo primo catalogo, raccogliendo immagini, storie e impressioni di mostre e progetti speciali realizzati a Milano tra 2003 e 2010.
Da Darren Almond alla rassegna video Tarantula, questo volume traccia la mappa di una Milano inconsueta, osservata attraverso gli occhi degli artisti e fattasi palcoscenico per le loro opere. Nelle sue pagine si combinano non solo testi descrittivi (delle opere come dei luoghi), ma interventi di scrittori, architetti, critici e curatori, immagini di una Milano remota e frammenti di dibattiti e polemiche, che nel caso di Maurizio Cattelan (Untitled, 2004) si possono dire parte dell’operazione artistica.
Nella prefazione Hans-Ulrich Obrist presenta il modus operandi della fondazione attraverso il concetto di ‘memoria dinamica’ (Rosenfield) e la definizione di ‘contemporaneo’ secondo il pensiero di Giorgio Agamben:  un rapporto dinamico e creativo tra presente e passato, la capacità di percepire le potenzialità oscure della nostra epoca. Mentre Beatrice Trussardi, in conversazione con Massimiliano Gioni, parla di un’attività tutta rivolta al pubblico, disposta anche all’impatto comunicativo per superare l’indifferenza dell’assuefazione mediatica.
Che abbia reinventato l’idea di mostra personale (Obrist) o riportato l’arte contemporanea al centro del dibattito pubblico, la Fondazione Nicola Trussardi presenta con questo catalogo la mappa di una città e di un mondo artistico ancora da scoprire. Un diario di bordo per segnare le tappe raggiunte ed evidenziare l’inesplorato.

Sara Catenacci

Cristina Baldacci e Clarissa Ricci (a cura di)

Quando è scultura


et al./edizioni, Milano, 2010
pagg. 243, € 29
[www.etal-edizioni.it]

In un viaggio all’interno di alcune tra le più interessanti esperienze di scultura dell’arte contemporanea, questo libro raccoglie un insieme di importanti studi e ricerche scientifiche pienamente godibili grazie alla fluidità e al carattere discorsivo che lo caratterizzano.
E’ il caso di segnalare il saggio di apertura di Yves Hersant che, stroncando l’opera di Jeff Koons a Versailles, sottolinea la necessità di mantenere una coscienza storica e di dialogare con lo spazio circostante, si tratti di un’architettura o, aggiungerei, di un paesaggio. Gérard Wajcman racconta la rilevante operazione di Jochen Gerz in piazza Saar a Saarbrucken, dove realizza il così detto Monumento invisibile capace di rendere visibile l’oblio dei cimiteri ebraici attraverso la coincidenza fra il luogo di memoria e il luogo di vita. Sono poi da ricordare i testi di Marinella Venanzi sull’opera di Doris Salacedo alla Tate Modern e di Tania Vladova su Richard Serra che si inseriscono nel dibattito della scultura come spazio e del rapporto spazio-opera-osservatore, omettendo però i dovuti riferimenti del caso all’opera di Lucio Fontana. Di particolare interesse, infine, i contributi dedicati alla scultura come parola, gesto, luce, assenza di materia, annullamento della corporeità, dove manca, tuttavia, anche solo un accenno a uno dei più brillanti maestri: Hidetoshi Nagasawa.
Quando è scultura
è un libro certamente da consigliare per alcuni dei suoi testi. A lasciare perplessi sono piuttosto le assenze di alcuni nomi e le premesse generali dello studio che intende riflettere sull’essenza della scultura contemporanea partendo da falsi presupposti come l’idea di monumento nell’arte contemporanea o il porsi della scultura nei confronti dell’architettura. “L’arte è uno spazio dove germinano le idee, non un luogo dove si applicano le idee; lo spazio del lavoro, il senso del gesto-lavoro e il loro rapporto col materiale sono questioni tecniche del tutto laterali all’arte; il luogo dove si costruisce qualcosa o per il quale si costruisce qualcosa non è il luogo dell’arte, ma è una semplice occasione, fra le tante, che permette che qualcosa si realizzi.” (L. Fabro, A proposito della scultura pubblica e monumentale, Trinity College, Dublino, 30 agosto 1988).
Resta, infine, l’amarezza per la mancanza di un rimando a uno degli studi critici più lucidi sulla scultura contemporanea: Aptico (1976), in cui Jole de Sanna,  riflettendo con Luciano Fabro, Hidetoshi Nagasawa e Antonio Trotta sul senso della scultura, afferma: “Una scultura è l’immagine che un artefice suscita nella materia secondo fini e modi ispirati dalla sua idea e senso. La scultura tiene chi la vede per l’intelletto e la carne: questa unione forma un senso ulteriore, il senso aptico (apto = toccare, aderire, unire, legare insieme), il senso della scultura.

Anna Caterina Fontanetto

Maurizio Ferraris

Documentalità

Perchè è necessario lasciar tracce
Editori Laterza, Bari 2009
pagg. 446, € 24
[www.laterza.it]

Catalogare, archiviare, scrivere. Tre verbi davvero necessari, molto usati – e abusati – nelle teorie visive a proposito di opere recenti. Ce lo ricorda Maurizio Ferraris in questo denso testo di filosofia costruito in modo chiaro e intelligente, con l’intenzione palese di evitare l’esclusione dei lettori senza scadere nella pura divulgazione. Più che un inno alla conservazione e al valore della memoria è in realtà una nuova ontologia, una catalogazione di tutto ciò che esiste con una particolare attenzione agli oggetti sociali, la definizione dei quali permette di descrivere quelle zone ancora oscure e dibattute dell’esistente e di chiamare la nostra società della registrazione, in contrasto a quella dell’informazione-comunicazione. Ferraris inoltre avanza un’interessante critica all’approccio di Nietsche, Derrida, Searle, superando la radicalità insita nelle loro diverse visioni dell’esistente. Va infine alle basi delle moderne ontologie, con una discussione sistematica delle teorie kantiane fino all’origine di quel collasso tra essere e conoscenza che ha poi informato e mutato tutta la storia del pensiero – trascendentale – fino ad oggi.
Eppure, in ultima analisi Ferraris sembra limitarsi ad un’ontologia descrittiva, senza analizzare perchè le tracce vengono lasciate.
Il richiamo all’oggettivismo realistico, ad affidarsi alla realtà quotidiana degli oggetti, specialmente se atti iscritti, si stempera in una constatazione che non arriva a spiegare le forme e le reazioni – anch’essi oggetti – che tali atti generano. Come afferma Gianni Vattimo nella sua recensione al libro (La Stampa, domenica 29 novembre 2009) lasciare tracce non basta. Bisogna ancora capire perchè è necessario lasciarle.

Camilla Pietrabissa