Per una critica della museografia del Novecento in Italia. Il ‘saper mostrare’ di Carlo Scarpa

Precisione ed esattezza sono le parole più indicate a presentare il libro di Marisa Dalai Emiliani. La quantità dei dati e gli scrupolosi dettagli contenuti nei cinque saggi dell’agile e scorrevole volume sono il frutto di ricerche e studi scientifici e rigorosi che spaziano in campi differenti, ma collegati da un filo storico critico e sociologico. La prima questione affrontata è il dibattito sulla museografia internazionale negli anni trenta del Novecento di cui sono messi a fuoco i punti nodali della problematica. Segue il testo sullo sviluppo dei musei d’arte contemporanea in Italia tra il 1880 e il 1980 con l’analisi delle annesse difficoltà. Si condivide il tono polemico dell’autrice che denuncia la crisi d’identità e la paralisi che vivono le istituzioni pubbliche già a partire dai primi anni ’70 “quando la programmazione di mostre d’arte contemporanea diventerà prerogativa di intraprendenti assessori dei vari enti locali, se non di operatori turistici” (p.75). Sorprende, a chiusura di capitolo, il ricordo della Fabbrica di Comunicazione di Milano, un’esperienza artistica collettiva che non ha certamente goduto finora delle dovute considerazioni da parte della critica d’arte contemporanea, e che la Dalai Emiliani cita quale fenomeno esemplare del rifiuto della mercificazione dell’arte. L’ultima parte del testo è dedicata alla figura di Carlo Scarpa, in particolare ai suoi allestimenti realizzati a Venezia, Roma, Milano e Londra. L’apparato iconografico diviene in questi capitoli preponderante: si pubblicano molti disegni dei progetti dell’architetto vicentino, ma anche opere di Mondrian, Klee e De Chirico (solo per dirne alcuni) al fine di individuare una corretta filologia delle fonti visive scarpiane. Il libro di Marisa Dalai Emiliani è uno di quegli studi che per correttezza, precisione ed esattezza si distingue nel panorama attuale, un libro da non lasciarsi sfuggire.

Anna Fontanetto