La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell’impronta

Il fascino avvincente del saggio di Georges Didi-Huberman risiede nel fatto che esso non si pone come una ‘storia dell’impronta’, bensì come un complesso percorso fra le discipline più disparate: dall’antropologia all’archeologia, dalla storia dell’arte alla storiografia, dalla semiotica alle scienze anatomiche. Questo tortuoso percorso non costruisce una visione completa di quello che l’impronta (e le svariate pratiche di calco dal vero) è stata nei secoli, ma ci racconta piuttosto di quello che sull’impronta finora non ci è stato detto. Come un detective abilissimo Didi-Huberman ci accompagna dai misteriosi usi cultuali degli uomini preistorici alle feroci omissioni della storiografia umanistica riguardo l’utilizzo di certe pratiche di calco dal vero; dalle cere anatomiche post-rinascimentali alle manie di catalogazione enciclopedica dello scultore Rodin fino al ready-made duchampiano. Pur non prescindendo da una prospettiva storica Didi-Huberman sembra preferire un approccio ‘anacronistico’, diremmo quasi antropologico, nell’affrontare lo studio di questo misterioso ed ambiguo oggetto che è l’impronta. È proprio l’approccio, il metodo – dalle lontane eco warburghiane e benjaminiane – il nucleo profondo della riflessione dell’autore, che lo spinge ad una ridefinizione dello studio delle immagini. Un approccio ‘non estetico’ (e non storico-artistico, dunque) ma, piuttosto ‘archeologico’. È lo sguardo dello storico della preistoria, cui dovrebbe aspirare lo storico dell’arte: “uno sguardo più disorientato, più nudo ma più stringente sul tenore materiale e processuale delle immagini”.

Anna Vasta