novembre 2009

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Olga Gambari (a cura di)

Mitologie contemporanee


Fondazione Merz
Torino 2009, pagg. 194, € 30,00
[www.fondazionemerz.org]

Mitologie contemporanee non è il catalogo di una mostra, ma un quaderno che documenta un percorso più vasto e articolato. Il progetto, ideato e realizzato da Olga Gambari assieme alla Fondazione Merz, ha visto infatti la partecipazione attiva dell’Accademia Albertina di Belle Arti, del Museo del Cinema e del Laboratory for Ontology del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Torino, per dar vita a un workshop, delle proiezioni pubbliche, un Festival della filosofia per l’arte contemporanea (Brillo|Pensiero d’Artista), una mostra inaugurata alla Fondazione Merz nell’ottobre 2008. Un percorso che, iniziato due anni prima, era scaturito dalla volontà di coinvolgere un grande artista, “a cavallo tra mondo dell’arte e star system” (Gambari, Mitologie contemporanee, pag. 25), chiedendogli non solo di allestire la propria opera in dialogo con i lavori di Mario Merz, ma anche di andare oltre il proprio procedimento individuale per confrontarsi con persone, interpretazioni e un territorio lontano dalla sua esperienza. Matthew Barney ha accettato di mettersi in gioco, come artista e persona. Mitologie contemporanee declina il progetto in tutte le fasi della sua realizzazione. Unica sua mancanza è forse quella di non accennarcene i riscontri.

Sara Catenacci

Adriana Polveroni

Lo sboom. Il decennio dell'arte pazza tra bolla finanziaria e flop concettuale


SilvanaEditoriale
Cinisello Balsamo 2009, pagg. 96, € 14,00
[www.silvanaeditoriale.it]

Se si facesse una lista delle parole più usate nel libro di Adriana Polveroni, si scoprirebbe che arroganza ed esibizionismo sono ai primi posti. Perché nel 2009 si deve inveire – e suscitare rabbia e frustrazione nell’ignaro lettore – con l’uso di termini appartenenti alla sfera ‘morale’, ovvero ad un limbo sospeso tra teorie del consumo e produzione culturale? Questo libro intelligente spiega perché, tra lamentele da crisi finanziaria e difficoltà a conferire un senso alla produzione artistica, ci siamo convinti di aver inventato il lusso e di esserne succubi, dipendenti. Per meglio dire, ci siamo convinti che il lusso sia sostenibile solo con peregrinaggi di massa – verso musei futuribili – oppure con un linguaggio autoreferenziale, che si crogiola nel suo passato e spera così di tirare avanti ancora qualche decennio in vista di un qualche incerto futuro. La perfezione raggiunta a suon di milioni da certe opere di acclamati e onnipresenti artisti, che contrasta con il richiamo – ingenuo e anche un po’ ipocrita – ad un nuovo pauperismo, sono oggetto di questa limpida analisi del presente, una fotografia davvero istantanea che si legge in poche ore ma le cui cause e i cui possibili strumenti di risoluzione richiedono riflessioni ben più approfondite. Insomma, un ottimo punto di partenza. La postfazione di Pier Luigi Sacco è una bussola per orientarsi nel mondo complesso e interdisciplinare delle cultural industries e dell’arte contemporanea, cogliendo i punti di tangenza e di dipendenza che in entrambi i campi sono difficili da gestire.

Camilla Pietrabissa

Georges Didi-Huberman

La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell’impronta


Bollati Boringhieri, Torino
Torino 2009, pagg. 363, € 40,00
[www.bollatiboringhieri.it]

Il fascino avvincente del saggio di Georges Didi-Huberman risiede nel fatto che esso non si pone come una ‘storia dell’impronta’, bensì come un complesso percorso fra le discipline più disparate: dall’antropologia all’archeologia, dalla storia dell’arte alla storiografia, dalla semiotica alle scienze anatomiche. Questo tortuoso percorso non costruisce una visione completa di quello che l’impronta (e le svariate pratiche di calco dal vero) è stata nei secoli, ma ci racconta piuttosto di quello che sull’impronta finora non ci è stato detto. Come un detective abilissimo Didi-Huberman ci accompagna dai misteriosi usi cultuali degli uomini preistorici alle feroci omissioni della storiografia umanistica riguardo l’utilizzo di certe pratiche di calco dal vero; dalle cere anatomiche post-rinascimentali alle manie di catalogazione enciclopedica dello scultore Rodin fino al ready-made duchampiano. Pur non prescindendo da una prospettiva storica Didi-Huberman sembra preferire un approccio ‘anacronistico’, diremmo quasi antropologico, nell’affrontare lo studio di questo misterioso ed ambiguo oggetto che è l’impronta. È proprio l’approccio, il metodo – dalle lontane eco warburghiane e benjaminiane – il nucleo profondo della riflessione dell’autore, che lo spinge ad una ridefinizione dello studio delle immagini. Un approccio ‘non estetico’ (e non storico-artistico, dunque) ma, piuttosto ‘archeologico’. È lo sguardo dello storico della preistoria, cui dovrebbe aspirare lo storico dell’arte: “uno sguardo più disorientato, più nudo ma più stringente sul tenore materiale e processuale delle immagini”.

Anna Vasta

Valerio Dehò

Play Station


Damiani Editore
Bologna 2009, pagg. 96, € 15,00
[www.damianieditore.it]

Il catalogo presenta una selezione di nove artisti che indagano e analizzano il legami tra arte e gioco. Legame sottolineato per la prima volta dal filosofo Ludwig Wittgenstein. I giochi come le opere d’arte, essendo legati a gruppi piuttosto che possedere elementi universali, non hanno un comune denominatore. Spettatore e artista come Homo Ludens, diviso tra infantilismo e piacere di sfidare e sfidarsi. Gioco visto come lo scatenarsi della dimensione della guerra e della sconfitta, della sfida al ‘game over’. Le opere presentate nel catalogo passano da una dimensione del gioco fiabesca ma nello stesso tempo agghiacciante di Chiara Lecca, a quella più meccanica di Francesco Bocchini, che attraverso meccanismi costruiti con materiali di recupero, crea una interazione ripetitiva data dall’ascolto. Gioco anche come creazione e sfida a mondi virtuali, gioco come interattività, come simulazione del reale, come il videogame di Antonio Riello che ispirandosi allo sbarco dei clandestini sulle coste pugliesi crea una vera e propria guerra simulata. Gioco come modificazione e trasformazione dei software del giovane gruppo austriaco degli ZugZwangZukunft che modificando videogames tradizionali, come il celebre ping pong, creano nuovi giochi di simulazione. Uno sguardo sul gioco dunque, come generatore di performance artistiche in cui il giocatore/spettatore si trova coinvolto e inserito all’interno di un processo che lo porta a essere protagonista di mondi estranei, di uno spazio della rappresentazione, di un altro da sé, di cui virtualmente entra a far parte nel tesso momento in cui inizia a giocare.

Jacopo De Gennaro

Marisa Dalai Emiliani

Per una critica della museografia del Novecento in Italia. Il ‘saper mostrare’ di Carlo Scarpa


Marsilio | Regione del Veneto
2008, pagg. 227, € 30,00
[www.marsilioeditori.it]

Precisione ed esattezza sono le parole più indicate a presentare il libro di Marisa Dalai Emiliani. La quantità dei dati e gli scrupolosi dettagli contenuti nei cinque saggi dell’agile e scorrevole volume sono il frutto di ricerche e studi scientifici e rigorosi che spaziano in campi differenti, ma collegati da un filo storico critico e sociologico. La prima questione affrontata è il dibattito sulla museografia internazionale negli anni trenta del Novecento di cui sono messi a fuoco i punti nodali della problematica. Segue il testo sullo sviluppo dei musei d’arte contemporanea in Italia tra il 1880 e il 1980 con l’analisi delle annesse difficoltà. Si condivide il tono polemico dell’autrice che denuncia la crisi d’identità e la paralisi che vivono le istituzioni pubbliche già a partire dai primi anni ’70 “quando la programmazione di mostre d’arte contemporanea diventerà prerogativa di intraprendenti assessori dei vari enti locali, se non di operatori turistici” (p.75). Sorprende, a chiusura di capitolo, il ricordo della Fabbrica di Comunicazione di Milano, un’esperienza artistica collettiva che non ha certamente goduto finora delle dovute considerazioni da parte della critica d’arte contemporanea, e che la Dalai Emiliani cita quale fenomeno esemplare del rifiuto della mercificazione dell’arte. L’ultima parte del testo è dedicata alla figura di Carlo Scarpa, in particolare ai suoi allestimenti realizzati a Venezia, Roma, Milano e Londra. L’apparato iconografico diviene in questi capitoli preponderante: si pubblicano molti disegni dei progetti dell’architetto vicentino, ma anche opere di Mondrian, Klee e De Chirico (solo per dirne alcuni) al fine di individuare una corretta filologia delle fonti visive scarpiane. Il libro di Marisa Dalai Emiliani è uno di quegli studi che per correttezza, precisione ed esattezza si distingue nel panorama attuale, un libro da non lasciarsi sfuggire.

Anna Fontanetto