Premessa

Cinque libri  per  leggere la contemporaneità?
“Giuditta, puoi tu davvero selezionare solo cinque tra tutti i libri che pensi descrivano La Contemporaneità, in un contesto complesso e profondo qual è quello che Art Soup attraversa?”.  “No”.
“Giuditta, credi tu d’essere la persona giusta per suggerire una bibliografia al pubblico raffinato di Connecting Cultures?”. “Sì. In fondo, durante gli studi, ho anche fatto la libraia”. Sdrammatizzare è importante.

Introduzione
Scelgo di raccontarvi qui i 5 libri da cui mai riesco a staccarmi, quei testi da cui – nelle trasferte, spesso lunghe, verso residenze per la produzione d’opere – non mi separo mai, quei 5 elementi fissi del bagaglio che lo fanno costantemente essere fuori misura. Sono legata alle loro pagine, ai ricordi dei momenti in cui le ho lette, a chi me le ha donate e alle suggestioni che mi hanno procurato. Normalmente, li porto con me, faccio loro raggiungere luoghi anche impervi e poi li lascio là, spesso chiusi, per tutto il tempo: ormai li conosco a memoria. Semplicemente, devo vederli, devo sapere che sono lì, vicino a me. Non si sa mai; potrebbero sempre servire (una frase che, so, sembra essere più adatta ad un paio di scarpe con tacco a stiletto, ma è così che funziono).

Sono una che viaggia parecchio, nomade compulsiva.
Negli ultimi anni, in particolare, ne ho girate davvero tante di stanze.
Ho così istintivamente creato un mio metodo di veloce adattamento alle sempre nuove realtà abitative.
Compio piccoli gesti, appena arrivo in una nuova casa, talvolta vuota, tutta d’arredare.
Apro la valigia, svuoto il bagaglio a mano ed inizio a tirare fuori: una fotografia (nomade sì, ma non senza radici), il profumo Chergui (anche in Africa restiamo pur sempre femmine), la torcia (mai usata, preferisco le candele, ma è l’unico regalo che mio padre m’abbia fatto personalmente) e i 5 famosi libri. Li cerco per primi, li impilo, a terra, creando un piccolo comodino; sopra, ci metto la fotografia ed il Serge Lutens. In ultimo, a fianco, la lucetta.
Mentre scrivo ho in mente i numerosi studio in cui ho abitato, in Senegal o Marocco, ma anche le stanze – nelle case dei miei ospiti -  qui in Italia, nei giorni/mesi dedicati alla realizzazione di qualche intervento del collettivo IMPOSSIBLE SITES dans la rue.

Non c’è una selezione logica, dunque, per la lista dei testi che propongo.
C’è la contemporaneità, però: la mia. E il mio passato.
C’è l’amore per le parole, scritte e spesso lette ad alta voce, per le loro sfumature, per quell’odore che hanno mentre le si respira.
Ancora una cosa. Anzi, tre.

  1. Non leggo libri con la copertina in rilievo. Mi spiego. Avete presente le collane un pò american sbriluccicanti e con titoloni grossi, d’oro o argento? Bene. Non aprirei uno di questi libri nemmeno se dentro ci fosse L’Antologia di Spoon river[1], che adoro. Quando facevo la libraia (non l’ho scritto per scherzare!) non li consigliavo mai. Mai. Che le case editrici mi perdonino.
  2. Da bambina, figlia unica d’hoc, amavo giocare – ovviamente da sola – alla mamma. Sì. Il problema è che i miei figli erano A-BACCA, BACCE-CAS, CAT-DET, DEU-FORF, etc.: i tomi del Dizionario Enciclopedico Treccani. Me ne giravo così, per casa, con i miei bimbi in braccio, sotto gli occhi disperati di una madre che non credo abbia mai finito neppure La donna abitata[2], che le ho regalato tempo fa. Non tutti abbiamo gli stessi interessi, no?
  3. Scrivo sempre, in alto a destra, nella pagina di guardia dei libri, la data del giorno in cui ho iniziato a leggerli.

Ognuno dei testi di cui vi parlerò, brevemente, visto che mi sono dilungata in questa introduzione, appartiene ad una categoria, che – come immaginate – non ha nulla a che vedere con l’archivio bibliotecario.
Procediamo.

Giuditta Nelli nasce a Genova nel 1975. Da alcuni anni vive e lavora tra Africa e Italia: sa di avere una famiglia nella Liguria di Levante, una nella Medina di Dakar ed una – potenziale – in ogni luogo che incontra. Artista di arte relazionale e pubblica, usa un approccio democratico all’arte, che investe di una forte responsabilità sociale; con le sue opere, prende parte a mostre collettive e festival d’arte contemporanea. Ama stringere legami con i territori che si trova ad attraversare. Chiusa la sua partecipazione al collettivo d’artisti e architetti Actiegroep, nel 2006 è co-fondatrice del progetto community based IMPOSSIBLE SITES, cui fa seguire la sezione dans la rue, attualmente attiva, di cui è curatrice, con cui realizza mappature stenopeiche di luoghi impossibili e che vince la prima edizione del concorso “Lost in Translation” indetto da Connecting Cultures (con il progetto Out of the box, per Piana degli Albanesi). Nel 2010 fonda, con altri amici e colleghi, l’a.p.s. A-POIS. Art projects to overcome impossible sites, già promotrice di interventi d’arte sociale, in Italia e Marocco.

[1] Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Oscar Mondadori, Milano 1992. Data prima lettura: gennaio 1998. Consiglio: Dippold the Optician.

[2] Gioconda Belli, La donna abitata, Edizioni e/o, Roma 1995. Data Prima lettura: 07.01.2005. Da leggere, tutto e subito: per le combattenti.