Leggere la Contemporaneità

NW_Murakami Haruki

Claudio Cravero

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Tim Ingold

Ecologia della cultura


Meltemi ed., Roma 2004
[http://www.meltemieditore.it]

Nel volume, primo dei testi ragionati di Tom Ingold presentati al pubblico italiano, è esplorata la possibilità di integrare gli studi sull’ecologia con gli ambiti antropologici e psicologici. Sostituendo i modelli tradizionali della trasmissione genetica e culturale con un approccio relazionale basato sui contesti dello sviluppo e dell’azione, nei testi selezionati e tradotti da Cristina Grasseni e Francesco Ronzon emergono le tappe più significative dell’interpretazione di Ingold dell’agire umano in chiave “ecologica”. Si palesa così una critica radicale alla frattura esistente tra scienze della natura e della cultura, per una visione ecologica dell’abitare e del costruire attraverso una serie di relazioni con il proprio ambiente, costantemente aperte e in evoluzione. È una precisa e lucida indagine sui temi del dibattito antropologico ed epistemologico contemporaneo dove le opere d’arte e le architetture non sono considerate come oggetti di analisi in sé e per sé, ma come mezzi attraverso i quali ci prendiamo cura del nostro ambiente nella pratica.

Gilles Clément

Il giardiniere planetario


22publishing, Milano, 2008
[http://www.22publishing.it]

Con il “Manifesto del Terzo Paesaggio” Gilles Clément apriva nuovi orizzonti sulle teorie contemporanee legate al paesaggio. A partire dalla sua personale esperienza, “Il giardiniere planetario riflette sulle tappe di una possibile progressione verso la costruzione di un sapere, rispondendo alle domande che solo il giardino stesso può porre e a cui la letteratura – spesso in forma autobiografica – può rispondere. Clément racconta allora come sia nato il suo interesse per il mondo vegetale e come questo si sia sviluppato fino a portarlo a esser considerato un paesaggista di fama internazionale o, meglio, un giardiniere – come ama definirsi. Giardiniere, dunque, è la figura che corrisponde al profondo conoscitore del passato e, se il giardino è osservatorio del tempo vivente, a rappresentare la categoria dei giardinieri planetari è l’intera umanità, un insieme di attenti osservatori, coloro che guardano e comprendono le diversità come garanzia per il futuro dell’umanità. Il pianeta è quindi considerato giardino, e tutti noi siamo responsabili dell’ecosistema, un luogo in cui i nostri gesti si ripercuotono nell’armonia dell’insieme. Come parti di un tutto. Infine, se Clément sostiene che non è possibile predire le forme del giardino di domani, allora l’esortazione a tutti coloro che si occupano di paesaggio non è tanto quella di far perdurare le forme nel tempo ma, ammesso che ci si riesca, far sì che nel tempo il giardiniere mantenga l’incanto del presente.

Chiara Bertola

Curare l’arte


Electa, Milano 2008
[http://www.electaweb.it]

Il libro è un’indagine a tutto campo e a più voci sulle sfumature della professione del curatore. Il testo nasce infatti dalla volontà di analizzare il tema della pratica curatoriale per capire se ad essa possa legarsi un metodo o una teoria. Grazie al confronto con alcuni curatori attivi sulla scena internazionale dell’arte contemporanea, quali Carlos Basualdo, Carolyn Christov Bakargiev, Emanuela De Cecco, Hou Hanru e Surasi Kusolwong, Hans Ulrich Obrist, Harald Szeemann, Angela Vettese e altri, Chiara Bertola tenta di approfondire la tematica della curatela dell’arte raccogliendo esperienze e punti di vista sulla professione. Si evince come il frutto di questo lavoro non possa che restituire un’immagine del curatore e del suo operare difficilmente incasellabile dentro schemi predefiniti. Il confronto con autori che vivono in diverse parti del mondo – e che appartengono a generazioni differenti – ha permesso di capire quanto gli strumenti teorici entro cui inserire questa professione siano in continua mutazione. Il fare del curatore si colloca in un punto di equilibrio tra la velocità intuitiva con cui si deve far luce sulle cose e la lentezza dell’andar per dettagli. Si è così di fronte alle strade del rischio, del tempo lungo e contemporaneamente breve. Si lavora su una materia viva e non su qualcosa di già codificato.

Hans Ulrich Obrist

A Brief History of Curating


Jrp-ringier, Zurigo, 2009
[http://www.jrp-ringier.co]

Ancora il format firmato Obrist, quello dell’intervista a uso e consumo del mondo dell’arte. A partire dalle conversazioni con gli artisti, l’intervista è un vero e proprio genere ormai consolidato e soprattutto legittimato di pratica curatoriale. Pratica intesa come esercizio, cioè lavoro che non si può fare una volta per tutte e nemmeno per sempre, ma che piuttosto è da ricominciare ogni volta come se fosse la prima. Ed è in questo “daccapo” che si disegna e si legge il presente, momento unico e irripetibile che non può – nel lavoro del curatore – trasformarsi in tecnica e metodo.
Ecco allora raccolti i dialoghi con alcuni fra i più rilevanti curatori internazionali che, senza pretese storiografiche, tracciano però una Breve storia della curatela. Di Anne d’Harnoncourt, Werner Hofman, Jean Leering, Franz Meyer, Seth Siegelaub, Walter Zanini, Johannes Cladders, Lucy Lippard, Walter Hopps, Pontus Hultén e Harald Szeemann si possono leggere le esperienze dirette cogliendo a tratti lo stridore tra le diverse concezioni dell’arte e del suo prendere forma.

Haruki Murakami

Norwegian Wood. Tokyo Blues


Einaudi, Torino 2006
[http://www.einaudi.it]

I racconti di Murakami sono incontri che sfumano. E la sua scrittura è così impalpabile che ogni cosa egli scelga di narrare vibra di potenzialità simbolica. La preparazione di una tazza di tè o dei ritagli di carta abbandonati diventano testimoni di un rituale che, lento e cadenzato, accompagna i tempi sospesi dell’esistenza.
Il romanzo è un lungo flashback narrato in prima persona. Su un aereo atterrato ad Amburgo al suono di Norwegian Wood dei Beatles, il protagonista Watanabe ricorda con precisione un fatto avvenuto diciassette anni prima e che ha segnato la sua giovinezza: l’incontro casuale con Naoko, la fidanzata di Kizuki – il suo unico amico morto suicida pochi mesi prima. Il ricordo di Naoko è lo spunto per ripercorrerne l’amore impossibile. Il suo è un percorso di dolore e crescita personale che lo porta alla consapevolezza che la morte non è l’antitesi della vita ma una sua parte intrinseca.