Software Culture

Dieci anni dopo The Language of New Media, Manovich pubblica un volume ambizioso e necessario. In dieci anni le nostre vite quotidiane sono sempre più intessute di software culture: noi dialoghiamo con il mondo attraverso software, interfacce capaci di costruire e selezionare immagini e testi, di orientare e realizzare, grazie al linguaggio che le produce, la nostra configurazione del mondo. Nel tempo della crisi del testo, dell’orizzonte del testo cardine della ricerca semiotica dagli anni sessanta in avanti, il software si presenta come una macchina, una grammatica generativa di testi possibili, o al limite di esperienze testuali come il mash up, il remix. Quelle pratiche che segnano il passaggio radicale verso mondi di user generated contents, di trame che dal basso segnano ed estetizzano per così dire gli stati della comunicazione. La socializzazione di playlist, il remix di film di successo, ci avvisano di una dimensione di creatività diffusa, di un’alfabetizzazione creativa che i media amplificano e circuitano. La software culture informa il campo delle relazioni quotidiane disegnando soglie di pratiche esperte e di abilità di massa, configurando esibizione e occultamento, memoria filmiche e tattiche originali di appropriazione di oggetti nella forma di attitudini o di abiti linguistici piuttosto che di scelte o di mozioni teoriche. Poetica pratica di socialità estetizzante, dove estetico rimanda alla dimensione di un sentire nella forma digitale. Manovich rilegge questi mondi a noi contemporanei nelle prospettiva storica dei linguaggi informatici, nelle traiettorie dei software che in quanto capaci di mondi possibili della mediazione tra donne e uomini producono, nella loro sintassi, il bisogno di mondi e la ricerca di possibili.
I software sono certo esiti e architetture di senso ma, come interfacce in uso, non possono che riformulare le relazioni umane come cultural artifacts, oltre i dispositivi alfanumerici di opzioni e cogenze.