Leggere la Contemporaneità

East Paris Emotion Map by Christian Nold

Carmelo Marabello

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Francesco Casetti

L’occhio del Novecento

Cinema, esperienza, modernità
Bompiani, 2005 Milano
Ed. inglese Eye of the Century, Columbia University Press, New York 2008 [http://bompiani.rcslibri.corriere.it/]

Il cinema come storia di segni e pratica di mediazioni e negoziazioni, trama di una storia per immagini che il Novecento consegna nelle forme dei film come delle teorie sul cinema e sul film. Una storia di oggetti – narrativi e non – e di consumi, ma anche una traccia, per una storia ancora in corso, di luoghi – le sale – dove l’occhio del Novecento forma e suscita un nuovo regime di sguardi, un nuovo mercato di occhi e passioni. Dove il cinema, attraverso i film, e grazie alla sala, il dispositivo essenziale che fa del cinema l’arte di massa del Novecento, produce una straordinaria teoria dell’esperienza attraverso le immagini, ma anche una disciplina condivisa dei luoghi e dei modi del consumo spettacolare di immagini movimento, la galleria popolare dove il mondo è diventato mondo visibile e riproducibile, evento narrabile tra visto e vissuto.

Lisa Gitelman

Always Already New

Media, History, and the Data of Culture
The MIT Press, Cambridge (MA) and London 2006
[http://mitpress.mit.edu]

Il testo della Gitelman si inscrive una tradizione di studi di storia dei media e dell’intermedialità. Sulla scena storica, nella genealogia dei media e dei contesti dove il nuovo emerge e si presenta, tecniche di registrazione e di produzione di suoni producono tecniche e pratiche di ascolto e consumo – nuovi media generano nuovi users, nuovi contenuti avvistano nuovi consumatori. Nuove esperienze, quindi, che avanzano intanto come forme pubbliche dell’ascolto, vedi il fonografo, e prescrivono nuove logiche ella registrazione del suono, tecniche di iscrizione – su carta, cera, e poi su disco – capaci di tracciare la performance di cantanti o le ultime parole dei morenti, come recitava una réclame della Edison, la compagnia proprietaria del brevetto. Tecniche di iscrizione la cui logica di traccia, di indice, la Gitelman rinviene poi alle origini e negli sviluppi del web, nelle forme di tracciabilità elettronica e non più fisica – i solchi del disco dalla bachelite al vinile della fonografia analogica – che la rete produce oggi nella elaborazione di sistemi di dati e metadati. In una trama di temporalità – il mito dell’always on line - originale e in un certo senso drammatica quanto mistificante, dove i corpi e i luoghi degli users sembrano definirsi sempre più come progetto dei locative media più recenti. Prodotto della tracciabilità e del controllo apparentemente light ma onnipervasivo dei sistemi a rete.

Mark Hansen

New Philosophy for New Media

Foreword by Timothy Lenoir
The MIT Press, Cambridge (MA) and London 2006
[http://mitpress.mit.edu]

I nuovi media nella forma digitale implicano un nuovo e più complesso paradigma dove inscrivere la figura del soggetto, l’evidenza possibile dell’esperienza. Hansen avvista così nell’emergenza digitale una sfida filosofica originale cui accostarsi ripensando la filosofia di Bergson e Husserl, ma anche il pensiero cognitivo e l’autopoiesi di Francisco Varela, nello spazio di una riflessione più generale su uno dei temi più significativi delle teoria dei media oggi, la questione dell’embodiement e lo statuto della percezione tra aptico e visivo. Dopo Deleuze la riflessione sull’immagine movimento sollecitata ulteriormente dalla video arte, da autori come Gordon e Viola, accosta così lo statuto della coscienza e della consapevolezza del soggetto, la paradossale – almeno apparentemente – possibilità che il cinematic sia una forma contemporanea essenziale per interrogare la mente e il mondo. Il digitale viene così a costituirsi provocando un nuovo statuto del soggetto: alla memoria selettiva,all’immagine impura bergsoniana, all’ embodiement come esito delle immagini filtrate della nostra memoria e dall’emozione, si accompagna oggi la funzione di cornice e di traccia che l’immagine digitale, flessibile e accessibile, manifesta e produce. Così noi non riceviamo immagini da eleggere a forme, ma, piuttosto, immagini per crearne di nuove, in un processo circolare e di accumulazione, dove il soggetto, riprendendo il filosofo francese Stiegler, diviene l’editor, letteralmente, del mondo divenuto fatalmente immagine.

Scott McQuire

The Media City

Media, Architecture and Urban Space
Sage, London, Thousand Oaks (CA) and New Delhi 2008
[http://ejc.sagepub.com]

La ricerca di McQuire si muove da anni nell’orizzonte di una riflessione sullo spazio urbano, sulle nuove soglie come sulle pratiche dello spazio digitale e reale. La tecnologia degli ultimi quindici anni ha via via prodotto la possibilità – ma anche la cogenza – di nuovi stati di embeddment: le pratiche mediali si configurano sempre più in questo senso. Le interazioni della vita quotidiana non formano più la città come teatro di esperienze diffuse di riconoscimento o di anomia calibrata, come Goffman ha dimostrato nello spazio urbano occidentale del Novecento. Piuttosto le interazioni si muovono nella trama di reti sociali lunghe e lasche, prodotto di social media come di tracce fisiche e di emergenze urbane, a mostrare come l’esperienza di realtà sia oggi l’esito di reti fisiche e immateriali. Di feedback mediali sempre più rilevanti nella scala della città divenuta medium. Schermi urbani, interazioni locali e occasionali nel segno di festival – feste – hi-tech, come l’Urban Screen Festival, pratiche di creatività urbana legate ai locative media - come certi gps movie o i percorsi cittadini disegnati sulla memoria virtuale e reale delle location cinematografiche, amplificano via lo spazio della città come tempo della rimediazione tecnologica, ma anche della rilocazione digitale dell’esperienza dei luoghi. Sembrano avvistare la stessa promenade urbana come rituale, fluidificando i modi e i tempi dell’esperienza nel segno dell’orientamento come mappa di consumi, come accade già nei navigatori o nelle applicazioni di augmented reality. Se il mondo delle cartoline – come poi le vues urbane del cinema delle origini – definiva e acquisiva in forma di immagini discrete e rassicuranti alcuni luoghi dell’urbano – i locative media, come le street view di Google, sembrano avanzare una diversa e digitale ipoteca sullo spazio urbano, il possibile restauro in tempo reale di una piazza, come la directory di una memoria fatta di indici più antichi in forma di foto. Nella città mediale e mediata i nuovi media sembrano segnare la via di una polizza di rassicurazione per immagini dei luoghi così come la co-costituzione di un flâneur digitale, figura della nostalgia o forse di una deriva spettacolare e involontariamente situazionista.

Lev Manovich

Software Culture


Olivares Edizioni, Milano 2010
[www.edizioniolivares.com]

Dieci anni dopo The Language of New Media, Manovich pubblica un volume ambizioso e necessario. In dieci anni le nostre vite quotidiane sono sempre più intessute di software culture: noi dialoghiamo con il mondo attraverso software, interfacce capaci di costruire e selezionare immagini e testi, di orientare e realizzare, grazie al linguaggio che le produce, la nostra configurazione del mondo. Nel tempo della crisi del testo, dell’orizzonte del testo cardine della ricerca semiotica dagli anni sessanta in avanti, il software si presenta come una macchina, una grammatica generativa di testi possibili, o al limite di esperienze testuali come il mash up, il remix. Quelle pratiche che segnano il passaggio radicale verso mondi di user generated contents, di trame che dal basso segnano ed estetizzano per così dire gli stati della comunicazione. La socializzazione di playlist, il remix di film di successo, ci avvisano di una dimensione di creatività diffusa, di un’alfabetizzazione creativa che i media amplificano e circuitano. La software culture informa il campo delle relazioni quotidiane disegnando soglie di pratiche esperte e di abilità di massa, configurando esibizione e occultamento, memoria filmiche e tattiche originali di appropriazione di oggetti nella forma di attitudini o di abiti linguistici piuttosto che di scelte o di mozioni teoriche. Poetica pratica di socialità estetizzante, dove estetico rimanda alla dimensione di un sentire nella forma digitale. Manovich rilegge questi mondi a noi contemporanei nelle prospettiva storica dei linguaggi informatici, nelle traiettorie dei software che in quanto capaci di mondi possibili della mediazione tra donne e uomini producono, nella loro sintassi, il bisogno di mondi e la ricerca di possibili.
I software sono certo esiti e architetture di senso ma, come interfacce in uso, non possono che riformulare le relazioni umane come cultural artifacts, oltre i dispositivi alfanumerici di opzioni e cogenze.