Paesaggi mobili

“Per collegare i diversi particolari cercavo un fatto o un’immagine e non una tesi. Infine mi sono posto questa domanda: devo limitarmi a raccogliere qua e là alcuni elementi come si fa con i sassi di un torrente, lasciando che formino da soli un proprio disegno? […] La mia speranza era quella di ottenere almeno una carta topografica di parole che si srotolasse centimetro per centimetro rivelando un percorso di diverse miglia” (William East Heat Moon). Alla fine del ventesimo secolo il paesaggio italiano appare profondamente cambiato. Non è più lo spazio omogeneo e decifrabile che i modelli descrittivi delle epoche precedenti avevano saputo catturare. La rappresentazione zenitale della mappa per lungo tempo è stata assunta dalla disciplina urbanistica come paradigma unico. Attraverso un processo di semplificazione e selezione della realtà, ha svolto un ruolo fondamentale nelle scienze della descrizione territoriale, ha indicato una direzione di pensiero allo sguardo assumendo spesso i connotati di un grande “progetto implicito”. Un sistema così rigidamente codificato sembrava tuttavia cogliere solo alcuni aspetti della complessità segnica del paesaggio antropico contemporaneo; la dinamica delle sue trasformazioni sfuggiva ad una sintesi sinottica, accentuava l’inafferrabilità di un oggetto talmente “mobile” da essere capace di dissolvere alcune categorie storicamente consolidate quali, per esempio, la città, la periferia e la campagna. A partire dagli anni ottanta è in corso una revisione degli strumenti attraverso i quali concettualizzare la lettura del territorio. Paesaggi mobili rappresenta un contributo alla faticosa ricostruzione di un rapporto dialettico tra la descrizione attraverso forme induttive e la formulazione di scenari possibili per il futuro.
(Giovanni De Roia)