Le città visibili

“Che cos’è una città?” si chiedeva Marco Polo-Italo Calvino nelle Città invisibili. Per rispondere a un quesito così complesso e attuale, Robert Lumley e John Foot hanno raccolto quattordici saggi, quattordici sguardi di autori contemporanei che ripercorrono le metamorfosi delle città italiane a partire dal secondo dopoguerra, quando profonde e repentine trasformazioni hanno segnato radicalmente i paesaggi urbani del nostro paese. Dal boom economico della fine degli anni cinquanta, con la sua tumultuosa industrializzazione, per arrivare alla riconfigurazione metropolitana postmoderna, le città hanno infatti incarnato con un’esattezza fulminante, a volte drammatica, le tappe della storia nazionale.
In questa prospettiva ripercorriamo la nascita delle periferie milanesi e torinesi nel loro farsi caotico sull’onda di migliaia di emigranti all’inseguimento del benessere nelle grandi fabbriche del Nord; gli infuocati dibattiti tra architetti e urbanisti per riprogettare i nuovi spazi cittadini divenuti i simboli dell’incalzante modernità: la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli a Milano; i tentativi, solo in parte riusciti, di riscattare il dilagante degrado di alcune aree urbane attraverso il rilancio del ricchissimo patrimonio artistico e architettonico, come avvenuto a Napoli negli anni novanta. E poi le “trame” cittadine raccontate dalla penna di scrittori illustri (la Torino industriale di Calvino, la Milano della mala di Scerbanenco), dalle voci dei nuovi migranti e dalle pellicole che hanno immortalato le nuove mode dei teddy boys milanesi tra rock’n'roll e delinquenza, o l’apocalittica “periferia assoluta” nella Sicilia paradigmatica di Cipri e Maresco. Infine il presente, dove protagoniste sono le grandi trasformazioni socioantropologiche, e in cui i migranti “moderni”, provenienti da ogni continente, stanno ridefinendo tra paure e contaminazioni i confini di una nuova identità cittadina multietnica, ancora tutta da costruire.
Questioni aperte, dunque, che esigono un’osservazione profonda della città la quale, per tornare a Calvino, non è opera della mente o del caso e ha sempre più bisogno di altro per tenere su le sue mura.