estate 2011

scarica flash

Gilles Clément

Il giardino in movimento

Da La Vallée al giardino planetario
Quodlibet, Macerata 2011
Repertorio delle piante citate a cura di Enrico Scarici; traduzione di Emanuela Borio [www.quodlibet.it]

Il giardino in movimento racchiude in sé diversi gradi di leggibilità: è una guida per il giardiniere, è un trattato di filosofia della natura, è un resoconto letterario delle esperienze che Gilles Clément (paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo) ha fatto interagendo con la natura. E parte non secondaria dell’importanza di questo libro sta nell’imponente apparato di immagini che lo stesso autore ha raccolto a corredo del suo racconto.
Non un manuale o un prontuario, dunque, non si tratta di precetti o prescrizioni, ma un vero e proprio viatico, la scorta di provviste per il viaggio attraverso quello che Clément ama definire – nel quadro di una analisi che spesso mostra anche i limiti dei concetti tradizionali dell’ecologia – il giardino planetario.
Indispensabile, per il giardiniere (come Clément stesso ama farsi definire), è innanzi tutto un’educazione dello sguardo, allo scopo di acquisire la facoltà di rinvenire ciò che nel mondo vegetale è al contempo invisibile e fondamentale. E in tal senso questo libro fa da complemento al Manifesto del terzo paesaggio, pubblicato da Quodlibet nel 2005, integrandone e arricchendone le idee in forma più estesa e narrativa.
Dall’altro lato vengono descritti e analizzati nel dettaglio una miriade di casi concreti per rendere trasparente cosa significhi dare corpo a un’idea paradossale come quella di “giardino in movimento”, spazio in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire. Si apprende l’arte di agevolare, favorire, incoraggiare, e mentre “il gioco delle trasformazioni sconvolge costantemente il disegno del giardino”, tanto il giardiniere, ovvero il “guardiano dell’imprevedibile”, che ogni eventuale visitatore, possono nutrirsi delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva loro quando si esprime finalmente nella sua pienezza.

Anna Detheridge (a cura di)

Concorso piazza. Lo spazio sotto il cielo

Imola, Museo di San Domenico, 7 giugno-10 luglio 2011
Musei Civici di Imola, Imola 2011; con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Imola
[www.comune.imola.bo.it]

Il progetto di Krzysztof Wodiczko (Varsavia, 1943) dal titolo “The new  imolans” (I nuovi imolesi) e “Il segno della  memoria” di Studio Azzurro sono stati selezionati per “Arte per Piazza Matteotti”, un progetto di arte pubblica che presuppone un continuo e attivo  coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione dell’opera.
L’evento si articola in tre fasi, tre appuntamenti pubblici di incontro tra artisti e cittadini. La prima fase è stata realizzata il  24 ottobre 2010 con la festa “ad’a.piazza” nell’ambito della quale i  cittadini che hanno compilato un questionario inerente il progetto i cui  risultati sono stati successivamente comunicati agli artisti. Protagonista della manifestazione è Piazza Matteotti e la sua storia passata, presente e  futura. Cinque gli artisti che hanno partecipato al concorso: Alfredo Jaar, Studio Azzurro, Grazia  Toderi, Luca Vitone, Krzysztof Wodiczko, individuati da Anna Detheridge, curatore del progetto su incarico della Direzione Regionale per  i beni culturali e paesaggistici dell’Emilia Romagna.
Dal 7 giugno al 10 luglio 2011 la parola  passa ai cittadini del Comune di Imola. Al Museo di San Domenico infatti si aprirà la mostra “Concorso piazza. Lo spazio sotto il cielo” che esporrà e presenterà tutti i cinque progetti, che tutti i cittadini  imolesi potranno visionare e attraverso una votazione popolare scegliere  quale delle due opere selezionate sarà la più meritevole ed adeguata ad  abitare la loro Piazza.

Guide de l'exposition permanente

Cité Nationale de l’histoire de l’immigration
Éd. Cité nationale de l'histoire de l'immigration, 2009
[]

Questa guida vi permette di scoprire e approfondire la conoscenza delle collezioni presenti all’interno della Cité, di preparre e apprezzare in anticipo la vostra visita, di vederne una traccia, e di meglio comprendere le realtà storiche legate alla presenza delle popolazioni straniere in Francia.
Questa guida riprende le tappe che il museo propone al suo visitatore: Émigrer, Face à l’État, Terre d’accueil, France hostile, Ici et là-bas, Lieux de vie, Travail, Enracinements, Sport, Religions, Culture. In queste sezioni testimonianze, documenti d’archivio, fotografie, disegni, opere d’arte si confrontano, dialogano e si rispondono all’interno di uno spazio interattivo, al ritmo di un percorso storico ed emozionale che riprende alcuni dei momenti più salienti e sentiti della storia di Francia.
Ogni tema è trattato a partire da tre tipi di fonti complementari, motivo di originalità per questo museo: gli archivi e le fonti storiche, le testimonianze dei migranti e le opere d’arte, il tutto rispettando l’approccio cronologico e la diversità delle storie della migrazione in Francia.
Aperto nell’ottobre 2007 al Palais de la Porte Dorée, il Musée national de l’histoire et des cultures de l’immigration si pone l’obiettivo di far conoscere e di riconoscere la storia dell’immigrazione in Francia nel corso dei due secoli precedenti. A partire da un dispositivo cartografico, la mostra descrive i movimenti delle popolazioni nel mondo, le migrazioni verso la Francia, così come i luoghi di insediamento dei migranti all’interno del paese a partire dal XX secolo. Delle sequenze interattive, raggruppate in sette capitoli, danno ulteriori spunti di riflessione sulle principali tematiche presenti in questa guida.

Sven Spieker

The Big Archive

Art from bureaucracy
The MIT Press, Cambridge (MA) e Londra 2008
[http://mitpress.mit.edu]

La macchina da scrivere, gli indici, gli inventari e l’armadietto per l’archiviazione: queste sono le tecnologie e le modalità dell’archivio. Per il burocrate gli archivi contengono poco più che spazzatura, le carte di cui non ha più bisogno; per lo storico, d’altra parte, i contenuti di un archivio sono un correlato quasi-obiettivo del passato “vivente”.
L’arte del XX secolo ha utilizzato l’archivio in una grande varietà di modi – da quello che Spieker chiama l’”archivio anemico” (anemic archive) di ready-mades di Marcel Duchamp e delle Demonstration Rooms di El Lissitzky, alle raccolte fotografiche fatte dagli artisti postbellici come Susan Hiller e Gerhard Richter. In The Big Archive, Sven Spieker indaga sul concetto di archivio – sia come istituzione burocratica che come indice di atteggiamenti, in arte e nelle science, che si evolvono verso il concetto di tempo contingente – e giunge a considerarlo un vero e proprio dilemma del modernismo del XX secolo.
I dadaisti, i construttivisti e i surrealisti preferivano gli archivi discontinui, non lineari, che si opponevano ad una lettura ermeneutica e ad una presentazione ordinata. Spieker sostiene che l’uso degli archivi da parte di artisti contemporanei come Hiller, Richter, Hans-Peter Feldmann, Walid Raad e Boris Mikhailov risponde e prosegue questa battaglia, in particolare in relazione all’archivio del XIX secolo e all’oggettivizzazione che ne ha fatto il processo di storicizzazione.
Spieker sostiene inoltre che questo tipo di arte orientata all’analisi sul tema dell’archivio sia da mettere in stretta relazione con i cambiamenti avvenuti nelle tecnologie e nei modelli di comunicazione (la macchina da scrivere, il telefono, il telegrafo, il cinema). Secondo l’autore l’archivio è da ricollegare ad una particolare visione della modernità, dimostrando come l’avanguardia abbia usato l’archivio come un laboratorio per sperimentare i propri quesiti e dubbi sulla natura della visione e sulla sua relazione col tempo.
The Big Archive diventa quindi la prima monografia critica su uno dei temi dominanti dell’arte del ventesimo secolo.

John Foot e Robert Lumley

Le città visibili

Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi
Il Saggiatore, Milano 2007
[http://saggiatore.it]

“Che cos’è una città?” si chiedeva Marco Polo-Italo Calvino nelle Città invisibili. Per rispondere a un quesito così complesso e attuale, Robert Lumley e John Foot hanno raccolto quattordici saggi, quattordici sguardi di autori contemporanei che ripercorrono le metamorfosi delle città italiane a partire dal secondo dopoguerra, quando profonde e repentine trasformazioni hanno segnato radicalmente i paesaggi urbani del nostro paese. Dal boom economico della fine degli anni cinquanta, con la sua tumultuosa industrializzazione, per arrivare alla riconfigurazione metropolitana postmoderna, le città hanno infatti incarnato con un’esattezza fulminante, a volte drammatica, le tappe della storia nazionale.
In questa prospettiva ripercorriamo la nascita delle periferie milanesi e torinesi nel loro farsi caotico sull’onda di migliaia di emigranti all’inseguimento del benessere nelle grandi fabbriche del Nord; gli infuocati dibattiti tra architetti e urbanisti per riprogettare i nuovi spazi cittadini divenuti i simboli dell’incalzante modernità: la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli a Milano; i tentativi, solo in parte riusciti, di riscattare il dilagante degrado di alcune aree urbane attraverso il rilancio del ricchissimo patrimonio artistico e architettonico, come avvenuto a Napoli negli anni novanta. E poi le “trame” cittadine raccontate dalla penna di scrittori illustri (la Torino industriale di Calvino, la Milano della mala di Scerbanenco), dalle voci dei nuovi migranti e dalle pellicole che hanno immortalato le nuove mode dei teddy boys milanesi tra rock’n'roll e delinquenza, o l’apocalittica “periferia assoluta” nella Sicilia paradigmatica di Cipri e Maresco. Infine il presente, dove protagoniste sono le grandi trasformazioni socioantropologiche, e in cui i migranti “moderni”, provenienti da ogni continente, stanno ridefinendo tra paure e contaminazioni i confini di una nuova identità cittadina multietnica, ancora tutta da costruire.
Questioni aperte, dunque, che esigono un’osservazione profonda della città la quale, per tornare a Calvino, non è opera della mente o del caso e ha sempre più bisogno di altro per tenere su le sue mura.