febbraio 2010

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Filippo Maggia, Claudia Fini, Francesca Lazzarini (a cura di)

Storia Memoria Identità


Skira, Milano 2009
[www.skira.net]

Come recita il titolo, Storia, Memoria e Identità sono i temi portanti di questa grande esposizione, vere e proprie ‘questioni aperte’ per molti Paesi dell’Est europeo che negli ultimi vent’anni hanno visto radicalmente mutare il proprio corso storico dopo la caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989, e che oggi ancora faticano a darsi una nuova identità che non può e non vuole dimenticare il recente passato. La mostra comprende 29 artisti provenienti da 18 diversi Paesi, tra cui Federazione Russa, Lituania, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Serbia e Croazia, molti dei quali espongono per la prima volta nel nostro Paese, in un percorso di oltre 150 opere tra fotografie, film e video-installazioni: da nomi già affermati a livello internazionale, come Artur Zmijewski, Adrian Paci, Milica Tomic, il gruppo IRWIN, Mladen Stilinovic, Maja Bajevic, Roman Ondak, ad artisti più giovani ma già inseriti nel circuito espositivo internazionale, come Fikret Atay, Andreas Fogarasi, Banu Cennetoglu, sino a talenti emergenti come Anetta Mona-Chisa & Lucia Tkacova, Gintaras Didziapetris, Alexandra Croitoru.
Sono molti i percorsi possibili tra le opere in collezione e molte le occasioni offerte per riflettere sulla realtà contemporanea, dell’Est come dell’Ovest: se la nuova eroina pop, protagonista della serie ROM_ di Alexandra Croitoru, riesce a ridicolizzare ad un tempo il nazionalismo rumeno e il razzismo internazionale con il suo passamontagna tricolore, la fotografia Centro di Permanenza Temporanea di Adrian Paci apre una finestra su una realtà che nel nostro Paese è ancora oggetto di aspri dibattiti.
Mentre alcuni artisti – come Maja Bajevic con il video How do you want to be governed? o Artur Zmijewski con l’esperimento di detenzione documentato nel video Reconstruction – pongono domande che riguardano ogni essere umano, altri operano a partire da specificità locali che, attraverso l’arte, assumono valore universale. É il caso della video installazione XY Ungelöst di Milica Tomic che, tramite la ricostruzione di un omicidio etnico avvenuto nel 1989, ricorda l’importanza della responsabilità collettiva, o ancora il video di Renata Poljak che trova nell’abusivismo edilizio croato lo specchio di una mentalità arrogante e violenta, sempre più diffusa nella società contemporanea. Numerosi infine gli spunti che partendo dal passato spostano l’attenzione sulla realtà attuale: nei lavori di Mladen Stilinovic (Sales of Dictatorship ed Artist At Work), l’ironia diviene la chiave per demistificare ideologie passate e presenti, mentre le immagini del campo di concentramento costruito con i LEGO, dell’artista polacco Zbigniew Libera, si trasformano in un monito contro ogni forma di orrore umano, proponendo al contempo una riflessione sull’educazione delle generazioni future.

Emanuele Biondi, Valentina Rognoli, Marinella Levi

Le neuroscienze per il design

La dimensione emotiva del progetto
FrancoAngeli, Milano 2010
[www.francoangeli.it]

L’emozione è potenzialmente insita in ogni oggetto. Il designer deve dunque prendere coscienza del fatto che la dimensione emotiva degli oggetti fisici può (e deve) essere progettata. Nel dibattito attuale intorno al design il tema delle emozioni ricopre un ruolo di particolare attenzione da parte di numerosi attori. Si parla infatti di emozioni secondo numerosi e differenti punti di vista, da quello, potremmo dire, prevalentemente  ‘filosofico’ quello con un più spiccato orientamento al design strategico o al marketing.
Ciò che viene proposto in questo libro è un approccio neuroscientifico ai meccanismi emotivi. Esso ci consente di parlare anche di pensieri, di empatia e di stilemi, concetti fortemente correlati a quello più generale e più comunemente diffuso di emozione. Grazie alle neuroscienze, infatti, possiamo proporre approcci di metodo propri di questa disciplina, cercando in questo modo di descrivere ciò che avviene ad esempio nel sistema mente-cervello di un designer nel momento della creazione di un artefatto, o in quello di un utente quando con quel prodotto entra in relazione.
Confidiamo così di solleticare interesse e destare curiosità nella mente di chi, designer o ingegnere, giovane studente o affermato professionista, abbia a cuore una colta e trasversale diffusione della cultura del progetto, soprattutto nella sua ormai imprescindibile dimensione di reciproco scambio e politecnico dialogo fra design, ingegneria e scienza.

Migropolis


Hatje Cantz, Ostfildern 2009
[www.hatjecantz.de]

Un progetto e una mostra presentata alla Fondazione Bevilacqua La Masa. MIGROPOLIS è un originale progetto che esplora la dinamica della globalizzazione attraverso il CASO – VENEZIA: mille immagini ‘non-da-cartolina’ e molte inconsuete statistiche compongono una indagine minuziosa di un territorio urbano delimitato. La città si mostra nei suoi drammatici opposti, tra ricchezza e miseria, turismo insostenibile e fuga degli abitanti.
Avviata nel 2006 da Wolfgang Scheppe come esperienza didattica per gli studenti internazionali del Corso di Laurea specialistica in Comunicazioni visive e multimediali dell’Università IUAV di Venezia, l’idea di studiare i gruppi di migranti e di tracciarne i percorsi sul territorio della città lagunare si è ben presto trasformata nella realizzazione di un progetto più ampio, articolato in un libro di oltre 1300 pagine e 2100 fotografie, dedicato alle conseguenze sociali e geografiche della globalizzazione nella città, e in una mostra prodotta dalla Fondazione Bevilacqua La Masa che si è svolta dal 9 ottobre al 6 dicembre 2009.
L’area metropolitana di una delle città maggiormente spettacolarizzate del mondo viene dunque indagata come paradigma urbano complesso e paradossale, in quanto esposto eccezionalmente al cambiamento dovuto alla connettività mondiale e all’interdipendenza dei valori predominanti dell’economia e della cultura in una società in cui l’immagine mediatica esercita una egemonia quasi assoluta.
L’analisi delle tracce di varie forme di migrazione registrate nel suo contesto si basa principalmente su quattro strumenti di indagine: sistemi notazionali per mostrare dati statistici, mappe e cartografie per tracciare i percorsi di movimento delle merci e delle persone, fotografia di soggetti e ambienti per mostrare dati qualitativi e case studies, e infine una rielaborazione grafica per rappresentare analisi psicogeografiche del territorio in questione. La ricerca condotta dal progetto coordinato da Wolfgang Scheppe contribuisce a porre in modo ancora più stringente la sfida del futuro di una città minacciata da fenomeni di declino demografico e spopolamento residenziale che appaiono irreversibili, e da una mercificazione selvaggia del suo patrimonio artistico ad uso e consumo di enormi flussi turistici.

Lia Zola (a cura di)

Memorie del territorio, territori della memoria


FrancoAngeli, Milano 2009
[www.francoangeli.it]

Perché memorie del territorio e territori della memoria? Il gioco di parole, come emerge dai contributi presenti in questa raccolta, si riferisce al territorio come luogo vissuto da individui che producono memoria. Ciò dimostra come le nozioni di territorio e di memoria siano fluide e soggettive: ne sono la prova il fatto che, a memorie e vissuti appartenenti al passato, si sovrappongano memorie del presente e sulla base di queste ultime si svelino nuove reti di significati e nuovi scenari.
Il concetto di territorio sembra aver subito un destino simile a quello di cultura, con il quale condivide un tratto rilevante: entrambi sono prodotti dell’azione e del pensiero umano. Proprio la cultura, nella riflessione maturata in seno alle scienze sociali, ha svolto un ruolo importante nella comprensione del territorio e nell’articolazione di almeno tre nozioni che, spesso, assieme ad esso, condividono caratteristiche naturali e culturali: lo spazio, il paesaggio, il patrimonio.
La consapevolezza dell’esistenza di un complesso patrimonio locale, materiale e immateriale, strettamente legato al territorio, è ciò che rende una persona felice o infelice di abitare in un certo luogo.
Uno dei principali strumenti che avallano il processo di costruzione delle identità individuali e collettive è la memoria. Frutto dell’articolazione tra memoria, storia e luoghi sono i luoghi della memoria, che possono avere sia una dimensione temporale, sia una dimensione spaziale. Proprio ai luoghi di memoria e al loro rapporto con il territorio sono dedicati i tredici saggi di cui si compone questo volume.

Dominique Stella e Roberto Agnellini (a cura di)

Le Nouveau Réalisme. I cinquant'anni 1960_2010


Shin Production, Brescia 2009
[www.shinart.it]

Una mostra storica per festeggiare i 50 anni del movimento del Nouveau Realisme è la brillante scelta della Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia che prosegue così con fermento l’importante attività espositiva. Divenuta ormai saldo punto di riferimento e di fiducia per gli appassionati dell’arte, propone dunque Il Nouveau Réalisme (I cinquant’anni, 1960-2010), un’interessante quanto esaustiva collettiva curata da Dominique Stella.
Protagonisti assoluti della rassegna sono i cosidetti “Nouveaux Réalistes”, di cui si possono ammirare oltre cinquanta interessanti opere: Arman, César, Christo, Gérard Deschamps, François Dufrêne, Raymond Hains, Yves Klein, Martial Raysse, Mimmo Rotella, Niki de Saint Phalle, Daniel Spoerri, Jean Tinguely e Jacques Villeglé. “Il Nouveau Réalisme”, commenta Dominique Stella, “è un movimento di pensiero che la personalità di Pierre Restany ha concettualizzato attraverso un discorso e una riflessione che hanno messo in discussione la pittura e le pratiche artistiche della fine degli anni ’50”. Infatti, la grandiosa avventura dei Nouveaux Réalistes inizia nell’immaginazione di Restany nel 1959, come lui stesso afferma: “in particolare in occasione della prima Biennale di Parigi in cui furono esposte una proposta monocroma di Yves Klein, la macchina per dipingere di Tinguely (Métamatic) e la Palissade di Raymond Hains, ho intuito il denominatore comune di queste ricerche estremamente diverse e che fino a quel momento avevano seguito evoluzioni indipendenti: un gesto fondamentale di appropriazione del reale, legato a un fenomeno quantistico di espressione (l’impregnamento del colore puro in Yves Klein, l’animazione meccanica in Tinguely, la scelta del manifesto lacerato in Hains)”. Dopo pochi mesi tale intuizione si concretizza con la pubblicazione del primo manifesto, firmato dallo stesso Pierre Restany, presso la Galleria Apollinaire a Milano il 16 aprile 1960. L’evento anticipa la creazione vera e propria del gruppo, il 27 ottobre 1960 presso il domicilio di Yves Klein, a Parigi. Dominique Stella prosegue: “I Nouveaux Réalistes hanno così preso coscienza della loro singolarità collettiva. Nouveaux Réalistes = Nuovi approcci percettivi al reale”.