Nel Segno di Giotto

Usare la prima persona plurale per parlare del lavoro svolto assieme, ma anche individualmente, per scrivere questo libro, crea un poco di imbarazzo, perché per quanto non vi sia mai stato tra noi un coordinatore, qualcuno che abbia continuativamente tenuto il controllo della situazione, non vi è nemmeno mai stata una forma di identificazione che ci abbia accomunati come gruppo, come unità di qualche tipo. La nostra pluralità è quindi quella di singoli artisti, dotati di una discreta autonomia rispetto al cosiddetto ‘sistema dell’arte’, nati a distanza di alcuni anni l’uno dall’altro, in modo tale da arrivare a rappresentare – nel complesso- più generazioni, che hanno portato avanti una linea di lavoro compatibile e che si sono incontrati per uno specifico progetto: raccontare, ciascuno dal proprio punto di vista, quella che poteva esser stata la sua formazione e quindi descrivere il mondo artistico che si è trovato intorno, via via, negli anni; questo per poter offrire alla fine un quadro composito, anche se pur sempre parziale e soggettivo, dell’evolversi della situazione, ed anche delle aspettative riposte nell’arte nell’ arco di mezzo secolo. Testimonianze personali, ‘fonti’ – come usano dire i filologi o chi scrive la storia.
In parte ci conoscevamo già, e ci siamo più volte visti, nel tempo – poiché l’elaborazione del tutto non è stata brevissima – per scambiarci idee, discutere, a volte litigare, su quello che si stava facendo, leggendoci pezzo a pezzo, magari a distanza di molti mesi, le rispettive ‘memorie personali’, che via via crescevano, si modificavano anche per adeguarsi al taglio che gli altri venivano a dare alla cosa ed ai loro commenti, nel tentativo di uniformale in una prospettiva comune, per quanto diversi fossero non solo ovviamente i singoli vissuti, ma anche il modo di raccontare i fatti e la selezione operata da ognuno di noi dei fatti stessi.
Siamo stati un poco tutti affascinati dallo scoprire in quali modi si sia innestata, nella nostra infanzia o nella nostra adolescenza, la cosiddetta vocazione artistica. Franco (cui peraltro si deve il titolo del libro e l’immagine della copertina) ha privilegiato le vicende di questo periodo della sua vita particolarmente ricco di stimoli (e tutto sommato non troppo traumatizzato dalla guerra in corso), mentre ha preferito ‘sorvolare’ sui fatti più recenti . Ma d’altra parte era stato proprio lui a credere nel progetto iniziale, di cui Anna Valeria gli aveva una volta accennato, e che di per sé avrebbe lasciato cadere, come spesso capita quando non si ha troppa fiducia nelle cose. Un poco alla volta si sono messi assieme gli altri, sulla base di sottili affinità oltre che di conoscenza diretta. Ognuno poi ha dato un suo contributo particolare: Marco – a conclusione del libro – ha portato una ventata di ironia, che a una prima lettura può apparire sdrammatizzante, in seguito drammatica per l’azzeramento che esprime; Gianfranco – nel suo testo iniziale – ha invece espresso valori che non debbono cancellarsi; e quando, un paio di anni dopo i primi incontri – avvenuti nel 2002 -, le nostre ‘memorie’ ed i nostri scritti (in stato più o meno avanzato) sono finiti in un cassetto, vi sarebbero rimasti definitivamente se Emilio non fosse riuscito a farceli tirare fuori.